L'ANGOLO DELL'AVVOCATO
Disabilità cronica e discriminazione: riconoscerla per difendersi
di Cristina Saja
Le persone affette da patologie croniche e reumatologiche possono trovarsi a subire forme di discriminazione spesso difficili da individuare. Non sempre, infatti, la discriminazione si manifesta con un diniego esplicito o un trattamento apertamente sfavorevole: può assumere forme più sottili, ma non per questo meno lesive.
Sul piano normativo, la tutela trova fondamento nell’art. 3 della Costituzione, che sancisce il principio di uguaglianza, nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge n. 18/2009, e nella Direttiva europea 2000/78/CE, che ha introdotto un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro. Tale direttiva è stata recepita in Italia dal D. Lgs. n. 216/2003, che vieta le discriminazioni fondate sulla disabilità e impone l’adozione di “accomodamenti ragionevoli”.
La discriminazione può verificarsi nella fase di assunzione, quando il candidato viene escluso a causa della propria condizione di salute; durante il rapporto di lavoro, attraverso la mancata assegnazione di incarichi, percorsi formativi o opportunità di carriera; oppure nell’accesso a servizi pubblici e privati. Anche il rifiuto di adottare misure organizzative idonee a consentire la piena partecipazione della persona con disabilità costituisce una forma di discriminazione.
Gli accomodamenti ragionevoli possono consistere, ad esempio, nella flessibilità dell’orario di lavoro, nel ricorso allo smart working, nell’adattamento delle mansioni o degli strumenti utilizzati. La giurisprudenza nazionale ed europea considera discriminatorio il mancato esame di tali soluzioni quando siano concretamente praticabili e non comportino un onere sproporzionato per il datore di lavoro.
Chi ritiene di essere vittima di discriminazione dovrebbe innanzitutto conservare ogni elemento utile a dimostrarla: comunicazioni scritte, e-mail, provvedimenti aziendali, testimonianze e documentazione sanitaria. È possibile inviare una diffida formale, attivare procedure conciliative o rivolgersi alle associazioni rappresentative. Qualora il comportamento discriminatorio persista, il soggetto interessato può adire il Tribunale competente, chiedendo la cessazione della condotta, la rimozione degli effetti discriminatori e il risarcimento dei danni subiti.
Dal 2025 è inoltre operativa l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, alla quale possono essere inoltrate segnalazioni relative a discriminazioni dirette, indirette o al rifiuto di accomodamenti ragionevoli.
La piena inclusione delle persone con malattie croniche non è soltanto un obiettivo sociale: è un diritto riconosciuto dall’ordinamento nazionale ed europeo, che deve tradursi in tutele effettive e concretamente esigibili.