E VISSI D'ARTE
Renoir: verso Sud per sfuggire al dolore
È un museo nascosto nelle campagne tra Haut-de-Cagnes e Cagnes-sur-Mer quello ospitato nella villa, che è stata l’ultimo rifugio terreno del grande Pierre-Auguste Renoir. Circondato da un meraviglioso giardino di ulivi secolari, accarezzato dal profumo del mare e avvolto nella luce dorata del Sud, questo posto ebbe la capacità di trasformare la malattia del grande pittore, affetto da una grave forma di artrite, in una nuova meravigliosa stagione artistica
di Maria Rita Montebelli
Renoir approda a Cagnes-sur-Mer nel 1899. Non per scelta, ma per necessità. La grave forma di artrite reumatoide, della quale soffriva, gli causava dolori terribili ai quali in breve tempo si aggiunsero deformità articolari progressive, a partire dai 50 anni. Un’evoluzione rapida e impressionante quella della sua patologia, che dopo aver attaccato mani, polsi e caviglie, gli provocò una grave deformazione e atrofia delle articolazioni, costringendolo sulla sedia a rotelle.
I medici, a corto di terapie, gli prescrissero il clima mite della Costa Azzurra, come unico rimedio. Ma quella che iniziò come una resa inevitabile alla malattia divenne qualcosa di completamente diverso: la stagione più intensa della sua vita artistica.
Conquistato dalla magia del luogo, Renoir acquistò la tenuta di Les Collettes nel 1907 dove salvò gli ulivi centenari che rischiavano di essere abbattuti.
E qui, mentre il suo corpo pian piano cedeva, la sua arte esplodeva, portandolo a vivere un’ultima intensa stagione. È il paradosso straordinario di questo periodo. In questi anni, la sua pittura diventa più audace, i colori più accesi, le forme più sensuali e libere. La sofferenza passa, la bellezza rimane. Nei quadri del periodo cagnoise si percepisce una gioia quasi febbrile, come se ogni pennellata fosse strappata al tempo che rimaneva.
A Cagnes avviene anche qualcosa di inaspettato: Renoir scopre la scultura. Nonostante la sua artrite deformante, decide di sperimentare il nudo femminile nella scultura, prima che la malattia glielo rendesse impossibile, grazie all’aiuto dello scultore catalano Richard Guino, allievo di Maillol.
Una complicità singolare quella tra i due artisti: Renoir dirigeva con la voce e con piccoli gesti, Guino eseguiva con le mani. Guidando i gesti del giovane scultore, Renoir realizza ‘La Lavandaia’ e la ‘Venere Vittoriosa’, opere nelle quali la duttile anima della pittura si incarna nel bronzo, con un ritmo lento e solenne, di sognata classicità.
E intanto, la raccolta delle olive e dei fiori d’arancio, la coltivazione della vite e dell’orto scandiscono il ritmo della vita quotidiana. La casa viene trasformata per accogliere la sua mobilità ridotta, mentre le grandi finestre la inondavano della magica luce del Mediterraneo.
La malattia non isola Renoir, che resta un punto di riferimento, un maestro che tutti vogliono ancora incontrare. Lo vengono a trovare ‘colleghi’ come Matisse, Bonnard e Rodin, come raccontano le numerose fotografie esposte nelle stanze del museo.
Gli anni della fine
L’amata moglie Aline muore nel 1915 per una crisi di diabete, tornando da una visita al figlio Jean (futuro immenso regista). Renoir però continua a lavorare, soprattutto alla scultura, spegnendosi poi nel 1919.
La lucidità e la dedizione che caratterizzarono la fase estrema dell’anziano artista non si sono mai appannate, nemmeno negli ultimi giorni. Si narra che persino il giorno della morte abbia chiesto che gli portassero i pennelli per dipingere un mazzo di anemoni. Il dipinto con il quale si è congedato da questa vita. Ma non dal ricordo e dall’ammirazione imperitura del mondo.
La Ferme des Collettes e i paesaggi
Tra i dipinti in mostra nel museo Renoir ci sono ‘La Ferme des Collettes’, ‘Les Toits du vieux Nice’ e ‘La Vallée de la Cagne et le Baou de Saint-Jeannet’. Paesaggi fondamentali per capire il Renoir del periodo cagnoise: non si tratta di vedute pittoriche tradizionali, ma di squarci su un mondo intimo e quotidiano: la fattoria che vedeva dalla finestra, i tetti del borgo medievale, la valle che si apriva verso il mare. Ogni tela è dipinta come se fosse l’ultima cosa bella da guardare.
Tra le opere esposte ci sono anche i grandi nudi come le Grandes Baigneuses e dei ritratti, come Coco lisant e Madame Pichon. Le bagnanti sono un tema ossessivo per tutta la vita di Renoir, ma nel periodo cagnoise si trasformano: corpi più grandi, forme quasi scultoree, colori più saturi e caldi. Il grande dipinto delle bagnanti qui conservato è considerato il suo testamento artistico, espresso nel tema prediletto delle figure, immerse nella luce estiva. C’è qualcosa della Grecia antica in queste donne, come se il vecchio maestro malato stesse cercando di conferire l’eternità alla bellezza del corpo femminile.
La Laveuse (la lavandaia) proviene dal Museo di Belle Arti di Lione, mentre gli altri dipinti dal Musée d’Orsay di Parigi. E il fatto che questi capolavori siano stati prestati per tornare nel luogo dove sono stati dipinti è già di per sé commovente: è un po’ come se le sue opere fossero tornate a casa.
La sezione più sorprendente è la collezione di ben 40 sculture, frutto del lavoro congiunto di Renoir con lo scultore Richard Guino prima e Louis Morel poi.
In un bronzetto di Guino raffigurante Renoir che dipinge, si nota una posa singolare: l’artista impugna il pennello come se brandisse un’arma. A partire dal 1912, per le deformazioni imposte dall’artrite, il pittore era costretto a dipingere facendosi legare il pennello alla mano. Malgrado la malattia invalidante, Renoir non perse mai la forza, la determinazione e l’amore per l’arte, nemmeno alla fine dei suoi giorni.
Jean Renoir – Il figlio che divenne
sguardo
Il rapporto tra Pierre-Auguste e il figlio Jean è una delle storie più belle e meno note dell’arte del Novecento. Non è solo la storia di un padre e un figlio: è la dimostrazione di come un certo modo di osservare il mondo si può trasmettere da una generazione all’altra, in questo caso dalla pittura al cinema.
Costretto a un periodo di forzata inattività, a causa di una ferita riportata sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale, Jean Renoir decide di trascorrere la convalescenza in compagnia del famoso padre, anch’egli condannato a una quasi totale immobilità dall’artrite. La ferita di Jean e la malattia di Pierre-Auguste furono l’occasione per ritrovarsi e riscoprirsi in un nuovo e più maturo rapporto padre-figlio.
Ferito a una gamba e senza più sua madre, scomparsa prematuramente, il futuro cineasta fu “curato” dal padre con una serie di lezioni sullo sguardo e sull’arte, che avrebbe portato con sé per tutta la vita. È qui, alle Collettes, che nasce il regista Jean Renoir. Non nelle sale di montaggio di Hollywood, né nei teatri di posa parigini, ma in questo giardino di ulivi, ascoltando il vecchio padre artista parlare di luce.
Nell’incantevole libro “Renoir, mio padre” il regista racconta la storia del padre fissandone i gesti e i pensieri più segreti. Ma il grande pittore continuava a restare un mistero per suo figlio: “Potrei scrivere dieci, cento libri sul mistero Renoir e non riuscirei a venirne a capo.”
Jean Renoir tornerà alle Collettes nel 1959 per girarvi Le déjeuner sur l’herbe (Picnic alla francese). Il film è un esplicito omaggio a Édouard Manet, autore dell’omonimo quadro e al movimento impressionista del quale il padre Pierre-Auguste fu protagonista.
Alcune scene furono girate proprio a Les Collettes, la casa dove Auguste Renoir aveva trascorso gli ultimi anni. Jean stava letteralmente girando un film nella casa della sua infanzia, nei luoghi dove aveva imparato a guardare il mondo attraverso gli occhi del padre. “Ho passato la vita a cercare di determinare l’influenza di mio padre su di me”, confessò Jean in una delle sue ultime interviste. l




